La figura del  contadino nell'immaginario
Analisi di testi letterari  della prima età moderna



Leon Battista Alberti - Alfabeto dei Villani - Giovanni Boccaccio - Giulio Cesare Croce - Teofilo Folengo - Lorenzo de' Medici - RuzanteLudovico Pastò


Villano / contadino
un raro opuscolo [1] del secolo XVI, in cui i villani sono annoverati tra i pericoli da cui un galantuomo deve guardarsi:
Seren de inverno
nembo de instà
archimista povero
e medico amalà.
Vecchio lussurioso
e signoria de vilan
Furia de cani
e furia de villani
Trotto de asino
e promesse de vilan
Da carezze de cani
e zanne de villani.

Il Piovano Arlotto[2], ad un tale che gli domandava quale fosse la migliore orazione da dirsi appena levato, rispondeva: «Quando tu ti rizzi su segnati e divotamente recita un paternostro e un’avemaria, e poi aggiungi queste parole: Signor mio Gesù Cristo, guardami da furia e da mani di villani, coscienza di preti, guazzabaglio di medici, eccetere di notai, da chi ode due messe per mattina e da chi giura sulla coscienza propria».

[1] Proverbii attilandi novi et belli, quali l’uom non se ne debbe mai fidare... In Venetia, 1586. Scelta di cur. Lett., n° XCI, Bologna, Romagnoli, 1865.

[2] G. Baccini, Le Facezie del Piovano Arlotto, Firenze, Salani, 1884, pag. 316.



Nell'accezione più generale di "abitante del contado" (contrapposto a cittadino) contadino è termine comune nel Cinquecento.Nel senso di "semplice", "rozzo", "grossolano", "volgare", contadino è diffuso accanto al più specifico villano, nel senso di "abitante di villa" (cioè contado).
La cultura rinascimentale poteva contare su una serie pressoché ininterrotta di testi scritturali e classici nei quali rintracciare una celebrazione dei lavori dei campi e della figura dell'agricoltore. Accanto a questa apologetica fioriva una letteratura satirica dove la villa e il villano si rivestono di panni realistici e acquistano caratteri deteriori.

Il contadino non ha forse mai goduto di un'aura di positività. Sin dall'imporsi del cristianesimo tutti i rustici, anche quando si convertivano, restavano ubriaconi e peccatori per eccellenza, viziosi per nascita e per natura. In un'epoca, poi, in cui si riteneva che le malattie più turpi fossero il segno e la sanzione del peccato, i contadini, ovviamente più esposti alla virulenza dei contagi, dimostravano così la loro tara di vizio. La lebbra, ad esempio, che era considerata il segno della lussuria dei genitori, colpiva di più i contadini perchè, secondo Cesario di Arles, specialmente i contadini partoriscono nella lussuria[i]. In una società, inoltre, in cui la salvezza dell'anima rappresenta la priorità assoluta, l'esistenza stessa del rustico e del povero sembra trovare ragion d'essere esclusivamente nel costituire occasione per il ricco di elargire l'elemosina e dunque meritarsi la vita eterna. Indicato come rusticus, tale vocabolo è sinonimo di ignorante, di illetterato ed in esso convivono, secondo Isidoro di Siviglia[ii], la rusticitas e la rusticatio, cioè insieme alla ruralità la rozzezza.

Se nel segno della ripresa demografica ed economica che segue l'anno Mille, il contadino comincerà timidamente a riapparire nell'arte nei temi iconografici della natività o dei lavori nel ciclo dei mesi e nella rappresentazione letteraria, egli cambierà sì il suo nome in villano ma conserverà l'alone peggiorativo dell'altissimo Medioevo. Vizioso, pericoloso, illetterato, egli viene rubricato più vicino alla bestia che all'uomo e le sue membra saranno tozze, come il suo essere, ed il suo volto inespressivo, come il suo cuore.

Nelle fonti letterarie ed iconografiche la compagnia del contadino è col pazzo, col demone e coll'emarginato. Tutti visti come essere bestiali, orribili a vedersi e dotati di occhi iniettati di sangue, di ciglia e sopracciglia lunghe, aspre ed incolte[iii].
Passano i secoli, ma l'immagine di fondo si conserva. Per Cartesio gli animali sono macchine capaci di comportamento complesso, simili agli orologi, ma incapaci di ragionare. E simili alle bestie sono i poveri, gente ignorante, irreligiosa, priva delle qualità peculiari dell'uomo: saper leggere, scrivere, far di conto, possedere le buone maniere.